Sabato 4 Gennaio 2003

CRONACA DI ROMA

L’inchiesta si estende a un immenso giro di denaro che coinvolge anche altri dipendenti, statali e non. Un ufficio pubblico adibito a centrale criminale
Non soltanto falsi invalidi, l’indagine si allarga
Indagati un viceprefetto, due magistrati e funzionari: proventi illeciti per mille miliardi

di MARCO DE RISI
e ANTONELLA STOCCO


Dieci anni di malaffare, le imprese criminali di una gang di colletti bianchi che avrebbero utilizzato alcuni uffici della prefettura di Roma per costruire una vera e propria associazione a delinquere. Corrotti e corruttori, secondo le indagini della procura di Perugia, truffatori e riciclatori con i loro gregari sparpagliati tra ministeri ed enti pubblici, i complici reclutati nei posti-chiave per sfornare decine di migliaia di falsi certificati di invalidità e false attestazioni antimafia; centinaia di posti di lavoro, centinaia di appalti, mille miliardi di mazzette reinvestiti acquistando immobili da affittare allo Stato per casermaggi e mense, commissariati e servizi. Questi sarebbero stati per dieci anni alcuni uomini dello Stato ora finiti nella rete dei magistrati di Perugia.
Per un vice prefetto della Capitale dal ’92 al 2000, il suo più stretto collaboratore diventato giudice di pace e altri 45 funzionari e impiegati di prefettura, Inps e ministeri è stata ipotizzata l’associazione a delinquere nei reati di corruzione, concussione, truffa, falso ideologico e materiale e abuso di ufficio: reiterata e continuata, estesa ad almeno sei commissari straordinari che a periodi alterni hanno governato quei Comuni della provincia romana e in particolare del sud pontino dopo lo scioglimento delle giunte. E adesso sono passati al setaccio affari e appalti anche da quelle parti.
E’ questo, per la procura di Perugia il vero scandalo, affiorato durante l’inchiesta cosidetta sui falsi invalidi, che con i suoi oltre mille indagati rischia di passare inosservata; minima corruzione, spicciola e diffusa, potrebbe sembrare. Invece, secondo le indagini, era una piovra. Per questo, per un atto dovuto in un’inchiesta così delicata e per capire cosa sapessero o non sapessero di cosa accadeva in un angolo oscuro del palazzo prefettizio, sono stati indagati e saranno ascoltati anche i cinque ex prefetti della Capitale che si sono susseguiti in questi ultimi dieci anni.
Tutto sarebbe cominciato, per gli investigatori, nel 1979. Quando da Agrigento arrivano all’ufficio invalidità della prefettura romana il futuro vice-prefetto e un suo sodale. Un’ascesa irresistibile: i due avrebbero scalato la burocrazia prefettizia, corrotto, reclutato, la banda è sospettata di aver incassato 800 miliardi negli ultimi dieci anni soltanto rilasciando false attestazioni di invalidità. Nel malaffare sarebbero ingrassati funzionari dell’Inps, delle Asl e del Tesoro, poliziotti e carabinieri, medici compiacenti. Nel ’98 viene istituito in uno stabile della prefettura un ufficio per il rilascio dei libretti di invalidità che, secondo gli investigatori, sarebbe stato trasformato in una vera e propria centrale di illegalità. A colpi di migliaia di pratiche, naturalmente false, che apparivano come istruite quattro o cinque anni prima. E quando i beneficiari incassavano gli arretrati li dovevano passare alla banda dei corrotti. Gli appalti, un altro filone d’oro, avrebbero proliferato su due fronti: da una parte il rilascio a chi non ne aveva diritto dei certificati antimafia e quindi il via libera alla partecipazione a gare pubbliche. Dall’altra, e qui le indagini proseguono, l’investimento dei proventi del malaffare, nel circuito istituzionale. Passando attraverso conti bancari e società di comodo. Finora sono stati sequestrati beni per sei miliardi ed è stato appena respinta un’istanza di dissequestro, da parte del legale del giudice di pace, di metà di questa somma.
E le indagini proseguono, su altri presunti affari illegali che si sarebbero sommati nel corso degli anni, fino al Duemila: la procura di Perugia sta infatti ricostruendo le attività istituzionali di alcuni dei commissari straordinari insediati nei comuni della provincia dopo lo scioglimento dei governi locali. Vengono quindi esaminati uno per uno appalti e compravendite di terreni. E nel calderone delle ipotesi investigative c’è anche l’esame di un testamento che ha suscitato diversi dubbi e grazie al quale un professore universitario ritenuto vicino alla banda ha goduto di un’eredità che gli ha permesso di acquistare una villa.

 

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