Sabato 8 Febbraio 2003

INTERNI

Genova/ L’incredibile vicenda dell’imprenditore lombardo scambiato per trafficante di droga
Fu malagiustizia, 4 milioni di danni
Sette anni di carcere, ma era innocente: maxirisarcimento a Barillà

di RITA DI GIOVACCHINO

ROMA - Di miliardi ne aveva chiesti dodici, ne ha ottenuti otto. Sono pochi o tanti otto miliardi, ovvero quattro milioni di euro, per ricostruirsi una vita bruciata nel giro di una notte? Bruciata per i metodi troppo sbrigativi di un carabiniere del Ros e per l’errore di alcuni magistrati che si sono succeduti in un’incredibile vicenda giudiziaria e lo hanno tenuto in carcere, sette anni e mezzo, senza neppure un briciolo di prova.
E’ la storia di Daniele Barillà, uno dei 4 milioni di cittadini italiani vittime di errore giudiziario, dall’inizio della Repubblica ad oggi. E’ un dato Eurispes. Quando è entrato in carcere, Barillà, era un imprenditore di successo, oggi è un ex detenuto disoccupato con i capelli bianchi, anche se multimiliardario grazie alla legge. "Forse lei pensa che sia per orgoglio e invece è una cosa che mi pesa: nessuno, proprio nessuno mi ha chiesto scusa. Un giorno, quando sembrava che avessero buttato via la chiave, mi telefona un agente e mi dice: Barillà, lei è libero. Dopo due ore mi ritrovavo in strada, senza neppure i soldi per un gettone del telefono e nessuno che mi abbia detto una parola".
La raccontà così, il signor Barillà, parte dalla fine. L’inizio è stato una sera di san Valentino, il 14 febbraio del ’92, aveva appuntamento con la fidanzata che doveva passare a prendere per festeggiare la ricorrenza degli innamorati. A Nova Milanese lo fermano i carabinieri, dopo mezz’ora è in caserma, cominciano a picchiarlo con il calcio della pistola e così va avanti per dodici ore. Lo accusano di essere un corriere della droga, gli dicono che doveva fare da staffetta per un carico di 50 chili di cocaina: un testimone lo ha riconosciuto. Naturalmente nell’auto non è stato trovato neppure un grammo di droga, ma poco importa la vettura, dicono, è la stessa del corriere che non è lui.
Sospira Barillà, davanti ai suoi occhi scorrono come in un film i cinque processi cui è stato sottoposto. "All’inizio pensavo che da un giorno all’altro tutto si sarebbe chiarito, risolto, invece sono passati mesi, poi anni. Visto che non uscivo, la mia famiglia ha chiuso l’azienda. Mio padre mi credeva, veniva a trovarmi e piangeva. Una domenica non è venuto, mi dissero che era morto di ictus, in realtà era stato stroncato dal dolore e dalla vergogna perchè in paese nessuno credeva più alla mia innocenza. La fidanzata? Quella è stata la prima a sparire". Voglia di ricominciare? "Tanta, quella non è mai venuta meno, neppur nei momenti peggiori: prima pensavo che se avessi ottenuto il risarcimento sarei andato all’estero e avrei ricominciato daccapo. Chissà, forse vale la pena di riprovare quì". Proprio nessuno gli ha dato una mano? "Sì, vorrei ringraziare una funzionaria della Dia, Francesca Nanni. Dopo quattro anni, ad un processo sulla mala di quarto Oggiaro viene fuori che il mio nome non diceva niente e finalmente due pentiti mi scagionano. Sono ripartite le indagini, in quel periodo cominciarono anche a trapelare notizie sui metodi del Ros di Genova comandati dal colonnello Riccio. Però in carcere sono rimasto ancora due anni e otto mesi".
Ma alla fine Barillà ha vinto e ha avuto un risarcimento record, che sarà il ministero dell’Economia a pagare. Ha ottenuto tre miliardi in più rispetto al totale dei risarcimenti pagati dallo Stato nei primi quattro mesi del 2001, ultimo dato rilevato, che ammontano a circa 5 miliardi. Una media di 25 milioni per ciascun richiedente. Le domande annuali dal ’96 ad oggi sono all’incirca un migliaio l’anno. Il picco è stato raggiunto nel 2001, con 1.263 richieste. E ora il caso del signor Barillà rischia di far impennare il "mercato" dei risarcimenti di giustizia.

 

INDEX