19/9/2004

GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO.

Figlio down da fecondazione assistita, la difesa del medico responsabile

La denuncia di una coppia di Chiavari riportata da «Repubblica»: dopo l'intervento
di fecondazione assistita praticato nella Sismer, società italiana studi di
medicina della riproduzione a Bologna, è nato loro un bimbo down che ora a 5
anni


BOLOGNA - Nessun errore o scambio di provetta, ma semplicemente una
inefficacia della tecnica, lo screening preimpianto, a «leggere» e quindi
garantire al 100% ma solo al 95%, che non ci siano anomalie genetiche e
quindi l'embrione da impiantare sia sano. Si difende così Luca Gianaroli,
direttore scientifico della Sismer, società italiana studi di medicina della
riproduzione, il centro di Bologna al quale sei anni fa si rivolse una
coppia di Chiavari, Simonetta Guerra e Sandro Pezzo, alla quale dopo l'intervento
di fecondazione assistita praticato nel centro bolognese - come fa sapere
oggi il quotidiano La Repubblica -è nato un bimbo down che ora a 5 anni.
Gianaroli cita i dati di una rivista americana molto accreditata in questo
campo «Infertility-isterility» nella quale sui casi di mille nati, si indica
nella percentuale del 2-3% l'inefficacia della tecnica dello screening
preimpianto; una percentuale non dissimile da quella riscontrata nella
casistica della Sismer.
Inoltre il medico bolognese respinge l'ipotesi dello scambio adombrata dalla
coppia di Chiavari secondo la quale due embrioni prima dell'impianto
presentavano una grave malformazione, uno dei quali con trisomia nel
cromosoma 21, proprio quello che causa la sindrome di down. Secondo
Gianaroli invece proprio questa anomalia genetica esclude questa ipotesi
perchè un embrione con questa anomalia non si attacca all'utero e quindi non
può generare una gravidanza.
Il nostro compito è quello di aiutare le coppie sterili ad avere un bambino,
«non ci occupiamo di diagnosi genetiche», osserva ancora Gianaroli che punta
il dito invece sul fatto che la donna si rifiutò, per paura di un aborto
dopo una gravidanza da molto tempo desiderata, di fare una amniocentesi (o
una villocentesi, tecnica analoga) per verificare se il feto aveva dei
problemi genetici.
«Nel consenso informato che la signora ha firmato - ricorda oggi Gianaroli -
c'è scritto chiaro e grande che fra la decima e la sedicesima settimana se
ne raccomanda l'esecuzione e non si trattò soltanto di firmare un pezzo di
carta. La signora ha avuto dei colloqui con noi a trattamento iniziato ed ha
seguito un corso di 3 ore nel quale le fu spiegato l'utilità dell'amniocentesi
che peraltro le fu consigliata anche dai medici che la seguivano in
Liguria».
Solo in 2 casi su 42 le nostre pazienti - conclude Gianaroli - non si sono
sottoposte a questa metodica, ma entrambe sapevano rischi che correvano».