
Il Foglio 3.12.2004
La Fecondazione da Proibire
Glosse a margine di un
libro che sposa una tesi e ti convince dell'altra.
Francesco Agnoli
La giornalista dell’Espresso Chiara Valentini si
propone con il suo “La fecondazione proibita” (Feltrinelli, 190
pagine, 13 euro), di raccontare la storia della fecondazione in vitro in
Italia, ma anche, e soprattutto, di far “capire le ferite imposte da una
legge giudicata da molti la peggiore d’Europa”, ovvero la legge 40
sulla fecondazione assistita, contro la quale si è mossa la macchina
referendaria di buona parte della sinistra, oltre a quella radicale. Succede,
però, che a volte le intenzioni vengano sopraffatte dalla realtà. E la
Valentini , giornalista di lungo
corso, raccontando la realtà della procreazione assistita, finisce paradossalmente
per dar ragione a chi la legge 40 la sostiene. Vediamo come. Il suo testo si
presenta come una storia degli esperimenti, delle prove, degli smacchi e dei
successi di medici e intrallazzoni di tutta Italia, oltre che di altri paesi dell'Occidente. Paradossalmente, infatti, la
critica alla legge 40 è relegata nello spazio di poche, acide pagine, e questo
permette al lettore di capire da un punto di vista
storico, e quindi oggettivo, cosa sia veramente successo (mi permetterò, qua e
là, qualche aggiunta).
Nel
1978 nasce in Inghilterra la prima bambina fecondata in vitro,
Louise Brown. In quello stesso anno un intellettuale comunista convertito,
André Frossard scrive: «Il giorno, e vi dico che non tarderà, in cui i vostri
biologi avranno trovato il modo di cambiare la natura umana agendo sulle
cellule iniziali, essi se ne serviranno, statene certi, anche se dovessero in
un primo momento popolare la terra di fenomeni da baraccone». Effettivamente da quella bambina in poi avviene qualcosa di nuovo,
qualcosa che prima era assolutamente inimmaginabile. Medici
intraprendenti, biologi specializzati nella fecondazione in vitro di vacche e
conigli, come il francese Testart, dottori esperti in aborti come Patrick
Steptoe, un "socialista accanitamente ateo" come il biologo Robert
Edwards, e tanti altri, si dedicano a scoprire modalità di ogni
tipo per rendere possibile la fecondazione umana extracorporea. Tutto avviene
nel segreto delle cliniche, di solito private, e viene
alla luce soltanto nei casi più clamorosi. In Italia si distinguono
i dottori Daniele Petrucci, Ettore Cittadini e Vincenzo Abate.
Quest’ultimi due si contendono a colpi di stampa il primato del primo
bambino realizzato in provetta: Abate, che poi rinnegherà il suo passato per
scrupoli morali, rivendica a suo merito la nascita di Alessandra
Abbisogno, nella clinica Posillipo di Napoli, mentre Cittadini fa venire al
mondo, nel 1984, a
Palermo, Eleonora Zaccheddu. A questa generazione di medici pionieri si
aggiungono col tempo alcuni ginecologi destinati a grande
fortuna, spesso specializzatisi all'estero, in particolare Carlo Flamigni e
Luca Gianaroli, oggi entrambi attivi a Bologna, città che la
Valentini definisce «il triangolo d’oro» della
fecondazione in vitro (Fiv) in Italia. «Triangolo d’oro» fa venire alla
mente il traffico di schiavi degli inglesi e dei portoghesi
nel Seicento-Settecento, o il triangolo dell’oppio tra Inghilterra, India
e Cina nell’Ottocento. Non di questo si tratta,
ma comunque, di certo, di un giro enorme d’affari. E’ infatti
evidente che, dopo i primi «successi» della Fiv, la voce si sparge, e le coppie
sterili, sempre di più, cercano un conforto alla loro tristezza e un aiuto da
chi promette di darglielo. Sono disposte, evidentemente, a mantenere
riservatezza su ciò che viene loro chiesto, e a pagare profumatamente, se necessario ipotecando la casa o vendendo dei beni. Sono
disposte a tacere riguardo a ciò che viene loro fatto, sia
nel campo delle sperimentazione di nuove tecniche, sia sotto ogni altro
aspetto: "il corpo di quelle donne veniva usato come una cosa inanimata e
senza volontà, come se la situazione di medico che può far partorire un figlio
gli desse un diritto speciale" (p.107). Nascono dovunque laboratori
improvvisati, perché, a differenza che per qualsiasi altra specialità medica,
non è richiesto alcun permesso nè alcuna specializzazione: un dentista di
Firenze la sera, deposto il trapano, trasforma il suo studio in un centro di
Fiv; altri dottori, poco attrezzati e poco esperti, improvvisano improbabili
tecniche o si limitano a spillare quattrini, senza alcun risultato. Sorgono
addirittura «finanziarie collegate a studi medici pronte
ad erogare prestiti ad aspiranti genitori»: un «businesss per decine di
miliardi e senza regole» (Panorama, 11/12/1997). "Chi operava nel privato
- scrive la Valentini
- non aveva regole specifiche da rispettare…Non c'era alcun obbligo di
far verificare la scientificità e la sicurezza dei propri metodi agli ispettori
del ministero. Non c'erano limiti alle tariffe e non esisteva neanche un
registro nazionale dei centri con iscrizione obbligatoria, come in molti altri
paesi" (p.100). Le tecniche infatti sono ancora molto sperimentali e molto
costose: basti pensare che oggi un ciclo di Fiv può costare anche diecimila
euro, esclusi annessi e connessi (solitamente viene ripetuto più e più volte),
e che una donazione di ovociti arriva a ottomila euro.
Si sa di coppie, in America, che spendono tuttora sino a trecentomila dollari
per realizzare il sogno di un bambino tutto loro: del
resto si tratta di un sacrificio che, dal punto di vista umano, è perfettamente
"comprensibile" (“
la Repubblica delle donne”, 16/10/2004). Il fatto triste
è che in queste cliniche private e non, a cui lo Stato italiano non porrà alcun
limite fino al 2004, succede un po’ di tutto: siamo nella fase iniziale,
e occorre sperimentare, come per ogni procedimento scientifico. Di quello che è
successo, in realtà, sappiamo ben poco, perché tutto è
rimasto a lungo nell’ombra. Per questo si è parlato per
anni di “far west della provetta”, di sperimentazione selvaggia sul
corpo delle donne e sulla speranza delle coppie. Ne parlavano, già negli anni Ottanta, non solo i cattolici, ma anche alcuni
movimenti di sinistra, specie femministe e ambientalisti. Lo ricorda la
Valentini , accennando qua e là ad
alcuni nomi di personalità della sinistra italiana che dimostravano in quegli
anni una certa preoccupazione per un fenomeno così grave e così assolutamente
deregolamentato: il verde Alex Langer, Nilde Jotti, Livia Turco, la sociologa
Franca Pizzini e la psicoanalista Marisa Fumanò. Soprattutto in ambienti
ecologisti e femministi ci si poneva il problema molto chiaramente: cosa è
questa fecondazione in vitro? Che effetti ha sulla
donna la tempesta di ormoni destinata a favorire
l’iperstimolazione ovarica, preliminare ad ogni fiv? Come nasceranno gli eventuali bambini? Saranno sani o no?
C’è il rischio di pratiche eugenetiche? E gli
embrioni?
Del resto è ovvio chiederselo: siamo veramente in grado di controllare
la vita?
Oggi, nell’anno 2004,
in seguito all’emanazione di una
legge che regolamenta qualche eccesso, quasi tutta la sinistra, in alleanza con
i radicali e con le cliniche private nelle quali si pratica la
Fiv , afferma che il far west non è mai esistito, e che
l’assenza di qualunque controllo è meglio di qualunque divieto.
Lo scrive il professor Flamigni: “Non c’è mai stato nessun
far west” («Io donna», settembre 2004). Eppure la
Valentini ci offre un ventaglio di storie da vero far west,
raccapriccianti. In un capitolo intitolato "Benvenuti al circo
Barnum" descrive le prodezze del ginecologo romano Severino Antinori,
famoso anche perchè portava al punto giusto gli spermatozoi immaturi nei
testicoli dei topi. L'Antinori ha reso possibile, negli anni, la gravidanza di
"decine di donne over sessanta", la più famosa delle quali è senz'altro Rosanna Della Corte, di anni 63. Questa donna "si
sarebbe presentata nello studio romano di Antinori
tenendo tra le mani un piccolo contenitore di azoto liquido" contenente lo
sperma del marito, morto dieci anni prima (p.80). Sempre Antinori ha fatto
partorire due gemelli ad una "imprenditrice inglese miliardaria di 59
anni", ed ha fatto sì che una ragazza siciliana, Manuela, portasse
“in grembo l’embrione frutto degli ovociti della madre e degli
spermatozoi del patrigno” (p.85). E' successo anche il contrario: una
mamma napoletana, Regina Bianchi, "aveva accettato di portare la
gravidanza al posto della figlia", ma aveva perso il bambino. In più occasioni, in questi anni di sperimentazione selvaggia,
venivano concepiti con Fiv, non unici, ma in serie, quasi prodotti artificiali,
spesso per l’impianto di troppi embrioni, 5, 6, addirittura 8 gemelli:
con conseguenze gravi sulle mamme, con uteri che arrivavano a pesare 16 chili,
mentre i bimbi in gran parte morivano, o nascevano prematuri, sottopeso, con
gravi menomazioni fisiche e mentali (otto gemelli: a Napoli nel 1979,
a Palermo nel 1989,
a Trapani nel 2000…). Perché tanti gemelli? Anche perché non vi era alcun limite rispetto agli embrioni da impiantare.
Sempre la Valentini
ci racconta il caso di una donna di Reggio Emilia a
cui vennero impiantati dal professor La
Sala ben dieci embrioni. Ne nacquero "quattro minuscole
creature, che pesavano meno di otto etti". Due
morirono quasi subito, gli altri erano fragilissimi, e ci vollero "sei
mesi di incubatrice e di cure intensive" per
salvarli(p.105).
Il problema dei troppi embrioni che i medici impiantavano, per maggior
"efficienza", viene affrontato dalla Valentini anche a pagina 140 e
141, con una malizia che è stata spesso utilizzata in questi mesi da parte del
fronte referendario. Si legge infatti a pagina 140 che una donna di 38 anni,
dopo l'entrata in vigore della legge 40, è rimasta incinta di ben tre gemelli
"a causa dell'obbligo di impiantare comunque tre
embrioni": la colpa sarebbe dunque della legge, che impone l'impianto di
troppi embrioni (ma prima non se ne impiantavano anche dieci?). A pagina 141 si
parla invece di un'altra donna, le cui speranze di
avere un figlio sarebbero pochissime causa l' "obbligo di impiantare
massimo tre embrioni": la colpa sarebbe dunque ancora della legge, questa
volta perché permette l'impianto di troppo pochi embrioni! La verità è che la
Legge 40 prescrive di impiantare un numero
di embrioni "comunque non superiore a tre", e quindi anche inferiore,
anche perché non si verifichino più casi come quelli degli otto gemelli citati.
Un altro fenomeno orribile di cui la
Valentini dà conto è quello degli
uteri in affitto. La Fiv
senza regole infatti crea una sorta di nuovo lavoro:
affittare il proprio utero per realizzare il desiderio di maternità di una
coppia. In tutta Europa e in America nascono agenzie specializzate. Fabrizio Del Noce, nel suo "Non uccidere" (Mondadori),
racconta che nel 1995 in
Usa un utero in affitto veniva a costare circa 41.000 dollari; 16.000
all’agenzia, 10.000 alla prestatrice d’utero, 15.000 per le spese
mediche e l’assistenza legale. Perché l’assistenza legale? Perché l’utero in affitto porta con sé dei gravi problemi.
Ne parla la Valentini
da pagina 86
a pagina 94. Succede, per esempio, che la gestante si affezioni al bambino portato in grembo, e che alla fine
decida di non “consegnarlo”; o che faccia pesare la sua presenza
anche dopo il parto, ritagliandosi a forza uno spazio nell’affetto del
bimbo e nella famiglia. Oppure approfitta per alzare il prezzo, man mano che
l’ora del parto si avvicina. Si registrano anche casi di gestanti che
decidono in corso d’opera che non ne vale la pena, e abortiscono; che
sono malate di aids, e contagiano il nascituro; che
gestiscono la gravidanza senza alcuna precauzione, danneggiando il futuro
neonato. Succede, ancora, che la coppia committente, nell’arco dei nove
mesi, si separa, e nessuno allora vuole più il bambino; o che alla fine del
parto nessuno riconosce il neonato come suo. In Italia
c’è un caso divenuto celebre: quello di un ricco
pasticcere di Seregno, che affitta l’utero di una donna algerina. Costei ne approfitta e alza di continuo il prezzo: chiede 40
milioni, poi una paninoteca in gestione, poi una macchina sportiva. Alla fine
il pasticcere si secca e la allontana. Ma la moglie,
disperata per tutta questa vicenda, si spara in testa: non muore, ma rimane
cieca. Quando il bambino nasce, e visto che in Italia il figlio
è (e continua a essere) di chi lo partorisce, riconoscono, accanto alla madre
algerina, la paternità del pasticcere, ma permettono a sua moglie di adottare
il bambino, se colei che ha partorito è d’accordo.
In vari punti la
Valentini parla della fecondazione
eterologa, dichiarandosi ovviamente a favore. Ciò non le impedisce di
raccontare che in molti paesi in cui l'eterologa è permessa vi sono dei registri col nome dei "donatori", affinchè il
futuro bambino o bambina possa un giorno conoscere la sua origine genetica, per
evitargli gravi danni psicologici. I genitori che non dicono subito ai figli
che sono stati generati con gameti altrui, sostiene la
Valentini , "danneggiano i
figli", come dimostrano quattro casi da lei riportati: Heidi, nata da
donatore, "ha gravi problemi psichici"; Peter racconta di aver
finalmente capito perché il padre lo aveva sempre rifiutato solo dopo essere
venuto a conoscenza del fatto che non era suo padre genetico; Robert, venuto a
sapere per caso di essere nato da donatore, afferma: "E' come essere stato
investito da un treno"; Susannh, invece, spiega: "appena sarò più
grande cercherò di sapere chi è l'uomo che ha dato alla mamma il seme che mi ha
fatto nascere. E' duro crescere senza sapere niente di metà
del proprio patrimonio genetico". In Australia, scrive ancora la
Valentini , in un "documentario
andato in onda nel 2000 viene seguito passo dopo passo il viaggio di una
ragazza di 17 anni alla ricerca del donatore che le aveva dato la vita"
(p.168.169). Non si capisce, dopo questi esempi, dove stia la positività
dell'eterologa (anche l'ovodonazione tra parenti viene definita "un
disastro" a p.77).
Tanto più che essa richiede la crioconservazione (con il conseguente
degrado biologico) e l'esistenza di banche del seme e degli
embrioni: ne nascono alcune in questi anni di far west in Italia, tra cui
quella di Roma, fondata da Emanuele Lauricella. Esse effettuano
di solito la vendita di sperma e ovociti per corrispondenza, senza alcun
controllo sanitario. C'è addirittura "un vero e proprio mercato di ovociti rubati e anche molti embrioni cambiavano
proprietario" (p.102). Abbondano i "donatori", come li chiamano
con un eufemismo i medici che fanno la
Fiv (espertissimi nella neolingua orwelliana): si tratta di
uomini e donne che vendono il seme o gli ovuli, di continuo, anche una volta al
mese, spargendo a destra e a manca figli, che magari un giorno potrebbero anche
incontrarsi senza saperlo. La
Valentini nel suo libro ne intervista
due, un maschio e una femmina: l’uomo è un tipo “colto, di
sinistra”, che vende il suo seme per 100.000 lire una volta al mese,
affermando di provare un “generico senso di potenza”. La donna è
un’aspirante attrice, che mette insieme qualche soldo
“donando” (ma in realtà vendendo) ovuli (pratica comunque
pericolosa per la sua salute): anche lei provava, scrive la
Valentini , “una specie di sensazione di potenza”
all’idea di quanti bambini aveva fatto nascere nel suo quartiere.
La cosa incredibile è che alla fine gli autori di
queste nefandezze, intendo soprattutto i medici, non hanno mai pagato. Sempre la
Valentini sostiene che delle cinquanta donne da lei
intervistate “quasi la metà ha riferito di episodi
di malasanità in genere”: molestie sessuali, impianto di embrioni altrui,
eterologhe fatte senza permesso della coppia, stimolazioni ovariche eccessive,
impianto di troppi embrioni, dosaggio sbagliato dei farmaci, aborti procurati
per errori medici (p.101-102-103)… Eppure quasi nessuna coppia si
arrischiava a denunciare i medici responsabili. Anche se lo avesse fatto, in
assenza di legge, non sarebbe successo nulla. E’
emblematico a riguardo il caso del dottor Giovanni
Mencaglia (p.108): costui “si era inventato la vendita dello sperma per
corrispondenza”. Nei suoi affari aveva venduto a
vari centri di fecondazione artificiale un migliaio di dosi di seme di un solo
donatore, affetto per di più da epatite C. Scoperto dalla polizia nel 1997,
indagato per tentata epidemia, non aveva subito alcuna conseguenza ed era
potuto tornare tranquillamente ai suoi esperimenti di fecondazione artificiale.
L'ultimo aneddoto istruttivo che citerò è quello di
Brigitte Fanny Cohen, specialista di medicina del canale tv France 2,
sottopostasi inutilmente a iperstimolazione ovarica
per avere un figlio con Fiv. La
Valentini racconta che durante una conferenza stampa la
Cohen spinge un medico ad ammettere il rischio tumore connesso
a tale pratica. Poi gli chiede: "Perché non avvertite le pazienti?".
E il medico: "Se lo dicessimo nessuna farebbe più la fecondazione
artificiale" (p.95).
Infine, riguardo a tutta la problematica sulla
sanità o meno dei bimbi nati da Fiv, la
Valentini non ritiene opportuno parlare. Sfaterebbe il mito scientista, così ben costruito
dalla stampa, a dispetto della realtà. Con la leggerezza di un
uccello in volo si limita a scrivere, a pagina 160, che i trigemini, l'8% dei
nati da Fiv, corrono vari rischi di "disagi fisici o mentali".
Inoltre "si può ipotizzare che alcune tecniche danneggino la buona salute
e la crescita regolare del bambino". Riguardo all'Icsi, conclude,
"alcuni studiosi parlavano di lievi ritardi mentali nel primo anno di
vita. Altri sostenevano che poteva provocare anomalie dei cromosomi
sessuali"… ma non paiono problemi degni di approfondimento!
In conclusione, dopo aver letto il libro della
Valentini, non è ben chiaro perché, per sentirsi buoni e amici della scienza,
occorra essere intransigenti avversari di una legge
che vieta le mamme- nonne, gli uteri in affitto, le banche del seme, l'impianto
di troppi embrioni, e che istituisce per la prima volta in Italia un registro
nazionale dei centri di Fiv e l'obbligo del consenso informato alle coppie.
Consenso che spieghi le spese cui si va incontro, i rischi della
iperstimolazione ovarica e quelli per la salute degli eventuali
nascituri. Del resto è la stessa giornalista a dire, ad un certo punto, che il
danno più grave non è quello fatto alle coppie sterili
ma quello agli operatori del settore: "La categoria che forse più esce con
le ossa rotte dalle nuove norme sono i medici della fecondazione
assistita" (p.135). E questo può dispiacere a lei, che a fine libro
ringrazia soprattutto loro, uno per uno, da Flamigni a Gianaroli a La
Sala , ma non certo a chi crede che anche la scienza, come
tutto, sia vincolata alla verità, alla giustizia e al bene delle persone.
Aveva ragione il già citato Frossard, allorché proponeva Ponzio Pilato
come patrono di quegli scienziati che si ritengono al di là
del bene e del male, che non si pongono il problema riguardo alla bontà
o meno di ciò che fanno: “Non ho sentito dire – concludeva –
che gli alchimisti di Los Alamos abbiano perso il sonno dopo Hiroshima e
Nagasaki. E’ stato un aviatore ad entrare nei trappisti dopo aver
sganciato la bomba; quelli che gliela avevano fornita
non l’hanno neppure accompagnato fino alla porta del convento”.
Bisognerebbe sempre ricordarsi che sono esistiti gli psichiatri alla
Lewis Yealland, che nella I guerra mondiale
sperimentavano le scosse elettriche e le molle arroventate sui soldati in preda
a crisi nervose; che è esistito il dottor Mengele, con la sua accolita di
dottori nazionalsocialisti; che il neurochirurgo Egas Moniz vinse il premio
Nobel nel 1949 per aver inventato la lobotomia, cioè perché tagliava i lombi
frontali del cervello dei malati psichici trasformandoli in zombie.
Bisognerebbe ricordare che in questi nostri anni il dottor Kevorkian si fa
paladino dell'eutanasia per poi espiantare gli organi dei suoi assistiti; che
centinaia di bambini sono stati rapiti ed espiantati, in Brasile, in
Madagascar, nei paesi dell'est, da medici che lucravano sui loro organi…
"Mors tua vita mea": è una filosofia troppo diffusa,
per non andare coi piedi di piombo di fronte a fenomeni nuovi ed inquietanti
come la Fiv.

