18 anni per arrivare in Fundus
CRAC FINANZIARI Con
la liquidazione dei 16 mila soci della fiduciaria, giunge a conclusione la
vicenda Eurogest, uno dei casi più eclatanti legati alla diffusione dei titoli
atipici.
A distanza di 18 anni si
chiude uno dei capitoli più controversi nella storia del risparmio gestito in
Italia, quello di Eurogest. In maniera del tutto sottotono. Con una
comunicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 20 dicembre e la quasi contemporanea
pubblicazione del testo, su un unico quotidiano nazionale, Carlo Rava e Antonio
Nuzzo, i commissari liquidatori, hanno comunicato ai 16 mila sottoscrittori
della Fundus, fiduciaria per l'investimento in liquidazione coatta
amministrativa, che il ministero delle attività produttive ha autorizzato, a
fine novembre, il nono e ultimo rimborso dei creditori chirografari e di quelli
ammessi in via tardiva. Si tratta di quasi 30 milioni di euro, circa il 15% di
quei 381 miliardi di lire investiti, negli anni 80, da migliaia di risparmiatori
italiani. Fino a lunedì 9 gennaio si potrà presentare ricorso al tribunale di
Torino.
L'ultimo rimborso nel '96, poi il caso in Cassazione. L'ultimo rimborso, pari
al 5% del credito per un totale di 19 miliardi di lire, era avvenuto a metà del
1996, quando ai risparmiatori furono restituiti, nel complesso, 320 dei 380
miliardi di lire dovuti. Da allora sono trascorsi quasi dieci anni, a causa di
una divergenza interpretativa di tipo fiscale tra Fundus e l'Agenzia delle
entrate, che nel frattempo era finita in Cassazione. I diversi gradi di
giudizio hanno dato ragione nel frattempo alla fiduciaria, permettendo alla
fine ai commissari liquidatori di rimborsare il 15% restante.
Il lato positivo della storia è che si tratta di un raro caso di rimborso
completo del capitale. ´Quest'ultimo, tuttavia, spiega Giorgio Bernardi,
direttore di Associttadini, che ha seguito il caso nel corso del suo
svolgimento (aveva lavorato per una decina di anni come agente della capogruppo
Eurogest), ´è avvenuto nell'arco di quasi due decenni e ai prezzi storici.
Senza more, interessi e soprattutto senza tener conto dell'inflazione'.
Un crack a catena. La storia di Fundus spa è collegata a un crack più
importante, quello di Eurogest/Scotti, che coinvolse a sua volta 15 mila persone
per 514 miliardi di lire. Investitori, questi ultimi, meno fortunati di quelli
di Fundus, perché nel frattempo sono rimasti a mani vuote.
Fundus era una fiduciaria torinese che fungeva da polmone finanziario di
Eurogest, il gruppo di Paolo Federici (vi giravano attorno 31 società), il
finanziere che promosse i certificati immobiliari di Eurogest negli anni 80.
Attraverso una rete di agenti, il finanziere promosse svariate operazioni
immobiliari, per esempio la realizzazione di centri commerciali, finanziate
collocando tra i risparmiatori questi titoli, detti atipici, perché non
soggetti a quotazioni in borsa. I certificati di partecipazione si rivelarono
difficilmente liquidabili prima della conclusione dell'affare immobiliare.
Anche il legislatore li prese di mira con provvedimenti fiscali, come la
ritenuta del 30% sui proventi. Fu per questo che alla fine del 1986 Paolo
Federici pensò di sostituirli con le azioni di una società sospesa dalle
quotazioni fin dal 1977,
Nel gennaio 1988 la capogruppo non riuscì a onorare i contratti di riporto nei
confronti della controllata Fundus. A marzo Eurogest fu ammessa alla procedura
di amministrazione controllata. Il ministero dell'industria decretò poi la
messa in liquidazione coatta amministrativa di Fundus. In ottobre la
maggioranza del capitale sociale di Eurogest/Scotti passò da Federici al gruppo
Sasea dell'italo-svizzero Florio Fiorini, ex direttore finanziario dell'Eni, definito all'epoca il lavandaio della finanza
italiana. Nell'89 la società rimborsò i debiti per riporti ai liquidatori della
Fundus per 186 miliardi di lire e in ottobre Fiorini lanciò un'offerta pubblica
di scambio di azioni Eurogest con azioni Sasea holding: in quell'occasione il
flottante di Eurogest si ridusse a meno del 3% e il 14 giugno 1990 la società
fu cancellata dal listino. Le casse di Eurogest/Scotti sono state poi
prosciugate per finanziare le società del gruppo Sasea, esposto con il Crédit
lyonnais, poi a sua volta finito in un crack. Ai nuovi amministratori di
Eurogest/Scotti non rimase che svalutare crediti e partecipazioni nei confronti
del gruppo Sasea, che nel frattempo era sprofondato in una bancarotta da 5 mila
miliardi di lire. Il fallimento di Sasea holding costò a Fiorini una condanna
in Svizzera a quasi quattro anni di carcere.
I protagonisti oggi fra politica, immobili e buen retiro. Che cosa hanno fatto
nel frattempo i protagonisti del crack Eurogest? Sasea era la società con la
quale Fiorini acquistò, negli anni 80, Odeon Tv da Calisto Tanzi, pagandola un
quarto del suo valore, 25 miliardi di euro, perché aveva fatto mettere
l'emittente in fallimento. Tanzi inoltre era stato socio di Fiorini nella
Sidit, Società italo-danubiana di investimenti e trading. Fiorini, poi, ha
avuto come socio in affari Giancarlo Parretti, con cui tentò, rovinosamente, la
scalata alla Metro Goldwin Mayer via Crédit lyonnais. Mentre Fiorini è uscito
di scena, dopo aver scontato fino al '96 quasi quattro anni di carcere in
Svizzera e patteggiato la condanna in primo grado a causa della bancarotta
della consociata italiana di Sasea, Parretti (si veda su www.giancarloparretti
.it), superati i guai con la giustizia americana e francese, ha dato vita a un
movimento civico, ´Orvieto agli orvietani', ed è tornato a occuparsi di cinema.
Anche Paolo Federici ha continuato con l'attività. Ha incarichi in tre società
immobiliari e partecipa in altre quattro. Prima di Eurogest era stato fra i
protagonisti di un altro fallimento, nel 1973: quello di International fur
brokers spa, specializzata nel commercio di pellicce, dove era membro del cda.
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