- luned́ 24 ottobre 1988

Miti infranti
L' ultimo atipico
 
  di Novelli Massimo

" Sono un uomo ancora attivo. Non me ne andro' dal mondo della finanza ". Poche parole, quasi telegrafiche, che un suo collaboratore ha dovuto strappargli a fatica. Paolo Federici, 58 anni, marchigiano, l' ultimo protagonista della burrascosa stagione dei titoli atipici, esce di scena cosi'. Per anni, il suo silenzio e' stato proverbiale. E anche adesso, dopo l' annuncio del passaggio di Eurogest alla Sasea di Florio Fiorini (un ' operazione che deve ottenere il placet del tribunale milanese e dei commissari governativi della Fundus, la fiduciaria del gruppo) , Federici preferisce stare nell' ombra. La stessa storia di Eurogest , d'altra parte, si e' dipanata tra silenzi e misteri. A cominciare dal reale assetto azionario della societa': una ragnatela di finanziarie dai nomi tanto esotici e floreali quanto indecifrabili. Al punto che, come ha detto qualcuno, " i nomi dei padroni di Eurogest si conoscono di solito quando se ne vanno ". " Non uscira' completamente di scena ", sostengono quei pochi manager rimastigli accanto. " E non si ritirera' tra i suoi quadri e i suoi vini preziosi ", custoditi gelosamente nella bella casa milanese di via Mascagni. Probabilmente e' vero: uno che, come lui, s'era guadagnato la fama di " Paolino sempre in piedi " non andra' a fare il Cincinnato di lusso. E altrettando indubbio, pero', che il 28 settembre scorso, quando ha deciso di vendere a Fiorini il 40% di Eurogest , Federici ha smesso i panni del primo attore per indossare quelli, piu' prosaici, di comparsa. Gli restera' in mano, a conti fatti, una manciata di azioni Sasea. Non poteva fare in altro modo. Pressato dai creditori, incalzato da magistrati e commissari inviati a governare le sue societa', il finanziere di Fabriano ha dovuto, giocoforza, smantellare il suo impero pezzo per pezzo: da Eurogest alla Scotti, la societa' che ha in portafoglio un cospicuo patrimonio immobiliare, frutto di quelle operazioni atipiche, condotte a cavallo fra gli anni 70 e 80 , che avevano convinto oltre 14 mila risparmiatori a credere in lui . Se tutto filera' liscio, grazie al " lavandaio " Fiorini gli ex clienti di Federici avranno la possibilita' di coltivare ancora la speranza: riavere insomma i circa 200 miliardi che avevano versato nelle casse del gruppo. " E questa e' la dimostrazione ", dicono vari Cultrera, Sgarlata, Bagnasco ". Diverso in che cosa ? " Diverso nel senso che e' riuscito a uscire da questa disavventura da gentiluomo: facendo fronte alla situazione ". Un po' tardi, forse . E quando non c' era proprio piu' niente da fare. Dopo aver, in sostanza, messo in moto marchingegni finanziari talmente complessi , e spesso ai limiti del lecito, che gli sono, poi, scoppiati tra le mani. " Ma non solo per colpa di Federici ", si dice sempre negli ambienti di Eurogest . Anzi: chi ha avuto l' occasione di sentirlo in questi giorni, ammette che il finanziere, pur non volendo accendere nuove polemiche, e' convinto che nei suoi confronti sia stata combattuta una vera guerra. Una convinzione singolare, se si pensa a tutte le amicizie (sono noti i suoi legami con la finanza vaticana) che gli sono state attribuite. Ma chi avrebbe congiurato contro un uomo che, fino a qualche tempo fa , veniva considerato di dichiarata fede democristiana e, soprattutto, con solidi agganci presso la Santa Sede, con lo Ior e con quell' Apsa (la societa' che gestisce il patrimonio della sede apostolica) che e' stata principale azionista di Eurogest ? Federici non fa i nomi. Pero', si puo' intuire, sarebbero stati i massimi organi di vigilanza (da Bankitalia alla Consob) e anche il governo (con il ministero dell' industria) a non volerlo salvare, prima che tutto precipitasse. Amarezze, a torto o a ragione, di un uomo che ha perduto la partita. Bilancio in rosso per un finanziere che, partito da Roma con una laurea in legge e molte ambizioni, aveva cominciato, anni fa, con il piede giust o. Pochi se lo ricordano , ma la palestra di Federici e' stata Mediobanca. Mossi i primi passi alla corte di Enrico Cuccia (che, si racconta, aveva previsto una sorte " magnifica e progressiva " per lui), il finanziere marchigiano, dopo un periodo trascorso alla Bassetti, aveva spiccato un altro grande salto, approdando alla Fiat, ai piani alti di corso Marconi a Torino. E li', insediato alla guida della Saifi, una finanziaria che era stata affiancata all' Ifi, qualcuno non aveva perso tempo a coniare una definizione piena di promesse, ma anche (per sottolineare le sue forti ambizioni) sottilmente malevola: Federici il Grande. In casa Fiat, per un certo periodo, quasi grande stette per diventarlo. Non c' erano dubbi, sulle prime, che Federici avrebbe occupato la poltrona di numero uno della finanza Fiat. Poi, il divorzio. per un' operazione contestata: mentre il dollaro stava perdendo colpi sulla lira, Federici aveva deciso di puntare la liquidita' dell' Ifi sulla moneta americana. Il dollaro si riprese, e' vero, ma Federici, incassato il colpo, era gia' sbarcato a Milano per tentare nuove strade. Il nuovo approdo si chiama Eurogest , la societa' nata nel 1976 dalla fusione fra una vecchia finanziaria fiorentina, la Biondi, e quella stessa Saifi che avrebbe dovuto portare il finanziere di Fabriano ai primi posti del gotha torinese . All' inizio, il principale partner di Federici e' la Banca nazionale del lavoro. Successivamente, uscita la Bnl (su richiesta di Bankitalia), per Eurogest si apre la stagione dei grandi misteri anni 80, di quel consistente pacchetto di Eurogest parcheggiato presso il Credit commercial de France ? La risposta non tarda a venire: e' l' Apsa, societa' del Vaticano. Federici il Grande diventa, secondo molti osservatori, Federici il Cattolico. Amico di monsignor Marcinkus, si dira', ma anche di Giulio Andreotti. Comincia anche l'epoca delle costanti, seppure rare, prese di distanza. " Con l' Apsa ", dice una volta, " abbiamo sempre mantenuto una posizione di grande indipendenza ". E a chi lo classifica tra gli esponenti della cosiddetta finanza cattolica, replica seccamente: " Non sono un finanziere cattolico e non ho mai sposato una causa politica, se Dio vuole. E quando si parla di finanza cattolica, la si qualifica quasi politicamente. No. Io mi sono sempre tenuto libero ". Sara'. Pochi credono a queste prese di distanza. Ma un atteggiamento simile, teso a smentire qualsiasi sponsorizzazione politica, Federici lo ha mantenuto fino ad oggi. " Se avesse avuto tutti questi appoggi politici ", afferma oggi un suo collaboratore romano, " non sarebbe finito cosi ". Una tesi che ha la sua antitesi. Secondo alcuni, infatti, sarebbero state proprio le amicizie politiche a farlo rimanere in sella per tanto tempo e a consentirgli di resistere alle prime bufere che si abbatteranno sul suo gruppo. Persa l' occasione di saltare sul cavallo Fiat, comunque, in tempi non ancora sospetti Federici gioca le sue carte nella nascente finanza " alternativa ". I primi titoli atipici sono del 1976: certificati di partecipazione, che vengono collocati gia' con il " porta a porta ". E Federici, d' altronde, ad inaugurare la serie di quei nuovi prodotti finanziari che, pochi anni dopo, lasceranno sul campo crack clamorosi (da Vincenzo Cultrera a Luciano Sgarlata) e migliaia di risparmiatori truffati. Anni felici, per i pionieri (poi tramutati in corsari) della finanza alternativa. Anni in cui molti predicano tutto il bene possibile di quelle operazioni che, gia' nell' 83, ammontano a 9 mila miliardi di investimenti. Federici, nella nuova impresa, sembra inesauribile in quanto a novita': certificati immobiliari , agricoli, finanziari. Con i soldi dei risparmiatori compra terreni, palazzi e centri per uffici, si butta nel leasing, commercializza persino prodotti italiani nel lontano Gabon, finanzia centri commerciali, si mette in affari con i Gabellieri di Firenze in svariate operazioni agricole. Gli affari, per qualche anno, vanno a gonfie vele. I meccanismi finanziari studiati da Federici e dai suoi collaboratori (tra i quali c' e' Franco Bobba, anch' egli ex finanza Fiat) sono sempre piu' complessi, ma i risparmiatori ricevono interessi che volano sopra l' alto tetto dell' inflazione. Attorno alla meta' degli anni 80, pero', tutto s' inceppa. Elemento scatenante e' la crisi del mercato immobiliare , che trascina con se' corsari e gentiluomini dell' atipico. Cade Orazio Bagnasco con il suo fondo Europrogramme. Nell' 85 crolla Cultrera, che scappa all' estero. E anche su Federici s' addensano le nubi. Il resto diventa cronaca recente. Un' agonia che coinvolge migliaia di risparmiatori che chiedono, invano, la deve essere messo al servizio, ora, di un piano che consente di togliersi dai guai. Le tenta tutte. Compreso l' acquisto di una scatola vuota, la Scotti, che, dopo varie traversie, riesce a riempire con oltre 500 miliardi di certificati atipici incagliati. Dopo anni di silenzio, Federici si apre persino alla stampa. E, ancora a febbraio di quest' anno, dichiara: " Ho fatto operazioni alla luce del sole, abbiamo fatto gli interessi dei clienti, qualche volta giustamente, altre meno... ". Ma, adesso, sponsor e amici in Vaticano non servono piu'. Il vento e' cambiato . Importante, ormai, e' chiudere bottega senza far la fine dei corsari dell' atipico. Federici, anche lui, s' affida a Florio Fiorini e al tribunale di Milano. Sono le piccole, ultime speranze per un ex grande. Tramonto. Con il passaggio della sua holding alla Sasea, Paolo Federici ricomincia da zero. Magari in Svizzera. Il salvatore dopo la Scotti, Florio Fiorini rilevera' anche Eurogest sempre che l' operazione ottenga il placet del tribunale milanese

 

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