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di LUIGI
SERAFINI
Crack Cofiri: vicina la resa dei conti. Potrebbero essere settimane decisive
quelle che attendono i circa 3.000 risparmiatori coinvolti nel fallimento
della finanziaria tarquiniese. Da una parte il procedimento penale a carico
dei responsabili del gruppo (a dicembre la sentenza d'appello), dall'altra i
procedimenti civili contro il Ministero del Lavoro, reo secondo l'accusa di
non aver adempiuto alle ispezioni, obbligatorie per legge, sulla cooperativa
di Tarquinia nei suoi otto anni di attività (dal 1988 al 1996). Azioni legali
partite da tre diversi fronti: da due distinti gruppi di risparmiatori e dal
curatore fallimentare della finanziaria. Il ricorso in appello del welfare
contro le sentenze di primo grado che hanno dato tutte piena ragione ai risparmiatori
e che probabilmente verranno inglobate in un unico procedimento, sarà
discusso a fine gennaio. La speranza è quella di vedersi risarciti sia il
danno morale, con la conferma delle condanne comminate a marzo dello scorso
anno a fondatore e amministratore delegato della cooperativa (3 anni a
Giovanni Di Capua, 4 a Romeo Gatti, entrambi di Tarquinia), sia soprattutto
il danno economico. Se verrà riconosciuta anche in questa seconda fase di
giudizio la responsabilità oggettiva del Ministero del Lavoro, toccherà
infatti allo Stato farsi carico del risarcimento, anche se con tempi e modi
tutt'altro che certi.
La cooperativa finanziaria mandò in fumo circa 130 miliardi di vecchie lire,
raccolti in tutta Italia tra calciatori e vip, ma soprattutto tra piccoli
risparmiatori, un centinaio dei quali di Tarquinia. Per la precisione 2.733
soci che all'epoca dei fatti avevano versato dai 50 ai 100 milioni di lire
ciascuno (in alcuni casi anche molto di più) per alimentare quella che,
almeno nelle intenzioni dei fondatori, doveva essere una vera e propria banca
d'affari, rivolta soprattutto agli investimenti immobiliari. Il 25 ottobre
del 1996 la svolta giudiziaria con i clamorosi arresti di Romeo Gatti
(amministratore delegato), Giovanni Di Capua (ex giornalista parlamentare,
fondatore della cooperativa), Maurizio Bondi (commercialista della
finanziaria e nipote di Di Capua) e Giovanni Benassi (ritenuto dagli
inquirenti la mente del gruppo). Una decina gli indagati, tra cui nomi
eccellenti come quello del finanziere Gianmauro Borsano (ex presidente del
Torino calcio), giudicati poi, insieme al Benassi, estranei alla vicenda.
Rimane invece in piedi la posizione Maurizio Biondi, ancora in attesa di
giudizio.
A rendere più complicata del previsto l'inchiesta la lunga serie di società
"scatole-cinesi", legate alla cooperativa, scoperte nel corso delle
indagini: la Velka
Olding, la
Idaspi, la
Svim, la
Mediolanum Golf, la Cubitar e la Mascherone, tra
l'altro tutte in liquidazione. L'investimento più grosso, rivelatosi poi decisivo
per il fallimento, l'esborso di circa 50 miliardi di lire per acquistare da
Borsano la
Mediolanum Golf spa, una lottizzazione di Usmate Velate
(Milano) già sull'orlo del fallimento. Da non trascurare anche gli oltre 15
miliardi di prestiti concessi dalla Cofiri all'amministratore delegato Romeo
Gatti, alla moglie e alle società facenti capo allo stesso o ai suoi
familiari ed affini. Il curatore ha peraltro scoperto che tra gli truffati vi
sono anche debitori della fallita cooperativa. Tra questi Roberto Mancini,
attuale allenatore della Lazio, che lo scorso anno si è visto recapitare un
sollecito per la restituzione di 300.000 euro a copertura di una fideiussione
che aveva rilasciato quale garanzia di un prestito concesso dalla Cofiri al
padre di sua moglie.
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