VITERBO

 

Sabato 22 Novembre 2003

 

 

 

 

 

 

A dicembre la sentenza d’appello mentre in sede civile è chiamato a rispondere anche il Ministero del Lavoro

 

Il crack Cofiri alla resa dei conti

 

 

 

Fallimento della finanziaria tarquiniese, in 3000 attendono il risarcimento

 

 

 

di LUIGI SERAFINI


Crack Cofiri: vicina la resa dei conti. Potrebbero essere settimane decisive quelle che attendono i circa 3.000 risparmiatori coinvolti nel fallimento della finanziaria tarquiniese. Da una parte il procedimento penale a carico dei responsabili del gruppo (a dicembre la sentenza d'appello), dall'altra i procedimenti civili contro il Ministero del Lavoro, reo secondo l'accusa di non aver adempiuto alle ispezioni, obbligatorie per legge, sulla cooperativa di Tarquinia nei suoi otto anni di attività (dal 1988 al 1996). Azioni legali partite da tre diversi fronti: da due distinti gruppi di risparmiatori e dal curatore fallimentare della finanziaria. Il ricorso in appello del welfare contro le sentenze di primo grado che hanno dato tutte piena ragione ai risparmiatori e che probabilmente verranno inglobate in un unico procedimento, sarà discusso a fine gennaio. La speranza è quella di vedersi risarciti sia il danno morale, con la conferma delle condanne comminate a marzo dello scorso anno a fondatore e amministratore delegato della cooperativa (3 anni a Giovanni Di Capua, 4 a Romeo Gatti, entrambi di Tarquinia), sia soprattutto il danno economico. Se verrà riconosciuta anche in questa seconda fase di giudizio la responsabilità oggettiva del Ministero del Lavoro, toccherà infatti allo Stato farsi carico del risarcimento, anche se con tempi e modi tutt'altro che certi.
La cooperativa finanziaria mandò in fumo circa 130 miliardi di vecchie lire, raccolti in tutta Italia tra calciatori e vip, ma soprattutto tra piccoli risparmiatori, un centinaio dei quali di Tarquinia. Per la precisione 2.733 soci che all'epoca dei fatti avevano versato dai 50 ai 100 milioni di lire ciascuno (in alcuni casi anche molto di più) per alimentare quella che, almeno nelle intenzioni dei fondatori, doveva essere una vera e propria banca d'affari, rivolta soprattutto agli investimenti immobiliari. Il 25 ottobre del 1996 la svolta giudiziaria con i clamorosi arresti di Romeo Gatti (amministratore delegato), Giovanni Di Capua (ex giornalista parlamentare, fondatore della cooperativa), Maurizio Bondi (commercialista della finanziaria e nipote di Di Capua) e Giovanni Benassi (ritenuto dagli inquirenti la mente del gruppo). Una decina gli indagati, tra cui nomi eccellenti come quello del finanziere Gianmauro Borsano (ex presidente del Torino calcio), giudicati poi, insieme al Benassi, estranei alla vicenda. Rimane invece in piedi la posizione Maurizio Biondi, ancora in attesa di giudizio.
A rendere più complicata del previsto l'inchiesta la lunga serie di società "scatole-cinesi", legate alla cooperativa, scoperte nel corso delle indagini: la Velka Olding, la Idaspi, la Svim, la Mediolanum Golf, la Cubitar e la Mascherone, tra l'altro tutte in liquidazione. L'investimento più grosso, rivelatosi poi decisivo per il fallimento, l'esborso di circa 50 miliardi di lire per acquistare da Borsano la Mediolanum Golf spa, una lottizzazione di Usmate Velate (Milano) già sull'orlo del fallimento. Da non trascurare anche gli oltre 15 miliardi di prestiti concessi dalla Cofiri all'amministratore delegato Romeo Gatti, alla moglie e alle società facenti capo allo stesso o ai suoi familiari ed affini. Il curatore ha peraltro scoperto che tra gli truffati vi sono anche debitori della fallita cooperativa. Tra questi Roberto Mancini, attuale allenatore della Lazio, che lo scorso anno si è visto recapitare un sollecito per la restituzione di 300.000 euro a copertura di una fideiussione che aveva rilasciato quale garanzia di un prestito concesso dalla Cofiri al padre di sua moglie.

  

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