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di LUIGI
SERAFINI
Crack Cofiri: alla fine paga "Pantalone". Un inatteso regalo di
Natale quello recapitato ad inizio settimana a una parte dei risparmiatori
coinvolti nella bancarotta della finanziaria tarquiniese. Il Ministero degli
Interni, dopo la conferma in appello della sentenza con la quale il Welfar
era stato condannato al risarcimento del maltolto per le "reiterate
omissioni che vi furono nelle ispezioni e nei controlli sui bilanci della
Cofiri", ha iniziato ad inviare i primi indennizzi. Un verdetto che pone
la parola fine - anche se non ancora per tutti - alla lunga e complessa causa
civile intrapresa contro l'organo istituzionale che avrebbe dovuto vigilare,
per Legge, sulle scritture contabili della finanziaria. Tre i procedimenti,
avviati l'indomani del crack da due distinti gruppi di risparmiatori e dal curatore
fallimentare nominato dal tribunale. A beneficiare dell'indennizzo (interessi
compresi) i soci-finanziatori, una trentina dei quali di Tarquinia, che per
primi avevano imboccato la via dell'azione giudiziaria contro il Ministero,
ma appare ormai scontato che anche tutti gli altri, o almeno quelli che hanno
potuto dimostrare di avere le carte in regola, riusciranno a breve ad
ottenere i rimborsi. Una vicenda balzata alle cronache nell'ottobre '96 con
gli arresti di Romeo Gatti (amministratore della Cofiri), di Giovanni Di
Capua (fondatore), di Maurizio Bondi (commercialista) e di Giovanni Benassi.
Perché gli arresti? Secondo la
Procura, la
Cofiri, dopo aver rastrellato denaro tra i risparmiatori,
avrebbe compiuto investimenti sbagliati e sospetti portando la finanziaria
alla bancarotta. In fumo circa 130 miliardi delle vecchie lire, raccolti su
scala nazionale tra 2.773 soci, un centinaio quelli di Tarquinia. La causa
penale, che ha portato in primo grado alla condanna di Gatti (4 anni) e Di
Capua (3) e al rinvio a giudizio del Bondi, è attesa dalla sentenza di
appello.
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